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Sorellanza e solidarietà nella comunità Gay

Una riflessione di Farileandro Londoño Cano


La solidarietà e l'unione delle donne intorno al femminismo e la lotta verso un obiettivo comune che si può esemplifcare nella parola "sisterhood" mi ha fatto domandare, recentemente, quanta ce ne sia all'interno della comunità LGBT+ (più specificamente gay) quando, per la prima volta nella mia vita, non molto tempo fa, un altro uomo mi ha offerto il suo aiuto di fronte a un terzo che mi ha accostato in un modo molto incisivo e lascivo (e davanti al quale ero visibilmente a disagio). Qui l'intenzione non è quella di appropriarsi di questo termine più esclusivo per la lotta femminista, ,ma è quella di interrogarsi e tessere più reti di sostegno tra la comunità. Il fatto che l'aiuto offerto mi abbia scioccato così tanto mi dava già dei segni di una certa tossicità all'interno della comunità, oltre alla mascolinità tossica discussa in altri articoli.


Perché questa mancanza di "solidarietà" tra il collettivo della dissidenza sessuale (gay), che fa sentire molte persone sgradite al suo interno?

Riflettendo, ho potuto vedere diversi fattori che potrebbero dare un senso a tutto ciò:

(1) molti di noi sono persone traumatizzate dall'infanzia a causa delle discriminazioni che abbiamo attraversato nel nostro percorso di maturazione sessuale, passando da oppressi a oppressori per la stessa causa all'interno di una piramide sociale che ci divide, tra l'altro, sulla base del nostro orientamento sessuale;

(2) in relazione a questo fatto, molti hanno bisogno di modi stravaganti per rafforzare la loro autostima e l'accettazione all'interno della società dove il consumo e l'ostentazione diventano strumenti di esclusione (così un amico sostiene che Mykonos, in quanto popolare destinazione gay, è un esempio del picco di omofobia prodotta da quegli stessi uomini gay con una capacità economica o fenotipo standardizzato, e a sua volta inaccessibile a molti altri);

(3) come dissidenti sessuali abbiamo raramente avuto un riferimento sano di dinamiche sociali incentrate sulla ricerca di un partner come forma di socializzazione (anche se da questo punto di vista l'eterosessualità, non si può nascondere, non è certo migliore); e a differenza dell'eterosessualità dove il genere opposto è visto come un possibile partner e lo stesso come un concorrente (visto dalla tradizionale prospettiva binaria di genere), nell'omosessualità tutti quelli dello stesso genere sono allo stesso modo un concorrente e un possibile partner in una dinamica rafforzata da una società normativa che ha spesso promosso l'idea di vedere un altro uomo gay come un nemico piuttosto che come un alleato.


Presumere che noi stessi come dissidenti sessuali siamo parte del problema per l'inesistenza di una parola che allude a una "siterhood" tra la collettività è un primo passo, smettere di consumare l'idea dell'"omosessuale ideale" (ricco, bello, maschio...) creata dal marketing, cambiando comportamenti e promuovendo altre realtà più accurate e diverse è un altro. Allora, come ho scritto in un'altra occasione, saremo la migliore versione dell'uomo che possiamo essere, e farà anche bene a tutta la società.


Farileandro Londoño Cano



The solidarity and union of women around feminism and the struggle towards a common goal specified in "sisterhood" has recently made me wonder how much of it there is within the LGBT+ (more specifically gay) community when, for the first time in my life not so long ago, another man from the collective offered me his help in the face of another one who approached me in a very incisive and lewd manner (and in front of whom I was visibly uncomfortable). While the intention here is not to appropriate that term more exclusive to the feminist struggle, it is to question and weave more networks of support among the community. That the help offered shocked me so much already gave me signs of a certain toxicity within the community, apart from that toxic masculinity addressed in other articles.


Why this lack of "solidarity" among the (gay) sexual dissidence collective, which makes many people feel unwelcome within it? On reflection, I have been able to see several factors that could make some sense of it: (1) many of us are people traumatised from childhood due to the discrimination we went through on our way to sexual maturation, going from oppressed to oppressors for the same cause within a social pyramid that divides us, among other things, on the basis of our sexual orientation; (2) related to this fact, many need extravagant ways to reinforce their self-esteem and acceptance within the society where consumption and ostentation become tools of exclusion (so a friend argues that Mykonos as a popular gay destination is an example of the peak of homophobia produced by those gays with a standardised economic capacity or phenotype, and in turn inaccessible to many others); (3) as sexual dissidents we have rarely had a reference of healthy social dynamics focused on the search for a partner as a form of socialisation (although heterosexuality, without having to hide, has not done much better in this respect either); and unlike heterosexuality where the opposite gender is seen as a possible partner and the same as a competitor (understood from the traditional gender binarism), in homosexuality everyone of the same gender is a competitor and a possible partner alike, in a dynamic reinforced by the normative society that has sometimes promoted the idea of seeing another gay man more as an enemy than as an ally.


Assuming that we ourselves as sexuayl dissidents are part of the problem for the non-existence of a word that alludes to a "sorority" among the collective is a first step, to stop consuming the idea of the "ideal homosexual" (wealthy, handsome, masculine…) created by marketing, changing behaviours and promoting other more accurate and diverse realities is another. So, as I wrote on another occasion, it is like that we will be the best version of the man we can ever be, and that will also be good for the society as a whole.


Farileandro Londoño Cano


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