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Simboli, Arte, Privilegi


Che c’entra la storia delle statue buttate giù in seguito alla morte di George Floyd con il femminismo? Cosa hanno in comune i Confederati americani, Indro Montanelli, e Leopoldo II?

BWTS si basa sul concetto di femminismo intersezionale, per il quale forme di discriminazione diverse, come quelle basate sulla razza e sul sesso, si intersecano a vicenda, ed è necessario riconoscerle e combatterle. Il metodo di studio “femminista” (dei cultural studies, gender studies) ci porta naturalmente a ricostruire la storia tenendo conto delle oppressioni e dei rapporti di potere. Rendendo così questo dibattito centrale, a ben vedere, per il femminismo.


Inoltre, le controverse figure le cui statue vengono attaccate, hanno a nostro parere un evidente connessione con il concetto di patriarcato: Questi personaggi – tendenzialmente uomini, bianchi, occidentali, cristiani - sono accomunati dall’aver goduto del privilegio di essere in una posizione dominante. Sulle donne, sui popoli che colonizzavano.

Se viviamo in una società democratica fondata sulla libertà dei suoi individui, è proprio perché non accettiamo che singoli individui ci dominino. E quelle statue sono ora, prima di tutto, simboli di dominio.

Perché ce ne accorgiamo solo ora? È un problema? Li buttiamo giù?


Chi scrive ha avuto l’impressione che il dibattito, spesso polemico in Italia, sia infarcito di pregiudizi e stereotipi, nonché esponga molto chiaramente il privilegio, di chi si trova a urlare la propria opinione come se dovesse essere legge.

Ci sembra quindi necessario stimolare delle riflessioni attraverso alcune precisazioni.


Statua: monumento celebrativo o opera d’arte?

Chiariamo una cosa: le statue poste nella città sono monumenti, prima di essere arte. Sono quindi lì per una funzione ben precisa: celebrare determinati valori associati ai personaggi o agli eventi rappresentati. Dopo un certo numero di anni potrebbero rientrare nel gruppo di cose che lo Stato vuole tutelare in quanto parte del patrimonio culturale, considerandole quindi come testimonianze storiche. Sebbene l’arte sia un concetto difficile da definire, non tutti gli oggetti creati dall’uomo per essere decorativi si qualificano come arte. Fra l’altro, precisiamo che, per aderenza alla cronaca, citiamo le statue, ma parliamo anche di toponomastica, edifici pubblici, monumenti di ogni genere. Quindi smettiamola di usare termini come “arte” e “patrimonio artistico” a caso, solo perché fanno sembrare la discussione più drammatica.


Spazio urbano e musei

Chiediamoci poi: perché queste statue stanno nel nostro spazio urbano, spesso nei luoghi pubblici più belli e importanti? Chi cammina per la città e le vede, cosa deve ricordare?

La città è un luogo vivo, il palcoscenico del presente, in costante evoluzione. La nostra città vive con noi, è noi, e quindi cambia con noi. Gli spazi pubblici ed il loro contenuto rispecchiano i nostri valori presenti. E quindi, perché dovremmo occupare questo spazio con la rappresentazione di valori che non ci rispecchiano più o che

addirittura risultano negativi? Ma attenzione, questo non significa che si debba abbattere il Colosseo perché non ci intratteniamo più con belve e gladiatori, come vedremo tra poco. La città non è un museo, non è un luogo neutro. Il museo è caratterizzato dall’esercizio critico del pensiero, dall’autorevolezza culturale che gli riconosciamo che crea una distanza tra noi e quello che stiamo guardando. In altre parole, la nostra interpretazione è guidata attraverso una contestualizzazione storica, sociale, culturale che è parte integrante della fruizione. Questo non avviene nella città. Le statue di cui parliamo esistono proprio per veicolare immediatamente un messaggio. Non esiste un’unica storia e non siamo tenuti tutti a rispecchiarci negli stessi simboli.


Contestualizzare o giustificare?

Si fa un gran parlare di contestualizzare questi simboli invece che distruggerli (vedi avanti) ma cosa vuol dire contestualizzare?

Significa porli in un contesto, il loro contesto, che di solito è complesso, articolato e contraddittorio. Contestualizzare non vuol dire solo mettere una targa. Contestualizzare non vuole assolutamente dire “a quel tempo si faceva così, quindi è giusto ricordare senza discutere” questo si chiama dogmatismo. Diamo una giustificazione sbrigativa ad una cosa di cui CHIARAMENTE non vogliamo parlare. Contestualizzare significa interpretare l’opera in accordo con la comunità e dopo aver ascoltato la sua voce, e ciò implica ascoltare diversi punti di vista.

La storia non è tutta uguale, c’è una differenza abissale tra l’età romana o il Medioevo e l’Ottocento e il Novecento, una differenza data da sistemi culturali diversi e distanze storiche. Quindi l’idea di distruggere il Colosseo, o vaghi paragoni con la distruzione di Palmira (atto simbolico con intento intimidatorio ed esplicitamente volto a recidere i legami con il passato) sono affermazioni assurde.

I fatti della fine dell’Ottocento e del Novecento sono ancora pericolosamente vicini, storicamente ed emotivamente. Hanno modellato tangibilmente la vita che viviamo ora e siamo ancora immersi nel processo di memoria e di elaborazione. Non possiamo trattarli con lo stesso distacco del Medioevo.

Soprattutto, schiavismo e colonialismo sono ancora attualissimi, come dimostra l’ultimo report dell’International Labour Organization secondo cui nel 2016 40.3 milioni di persone erano vittime di schiavismo moderno, o quello dell’ECPAT che riporta una stima di come nello stesso anno 250,000 persone praticassero turismo sessuale sfruttando bambini e adolescenti.

Inoltre, sono stati molto meno elaborati ed affrontati (in Occidente) rispetto per esempio all’Olocausto, che ha subito un processo di comunicazione, elaborazione ed interpretazione dell’avvenuto molto intenso e che ci ha messo di fronte alla necessità di accettare e riconoscere subito quei crimini. Il colonialismo invece è il grande tabù della nostra memoria collettiva. Non è una parentesi chiusa del nostro passato, e questo è estremamente evidente perché il dibattito si svolge nell’arena della politica e non nelle stanze chiuse della sovrintendenza.

Ora e solo ora, grazie a questi movimenti, abbiamo l’opportunità di affrontare questo tema. Perché? Perché noi siamo cambiati.


Perché distruggere?

Infine, arriviamo a “Sì ma perché le devono distruggere? Sono barbari!” e “non sarebbe meglio parlarne?” Ebbene, se riflettiamo sull’oggetto di queste affermazioni non possiamo non notare che vengono rivolte da una posizione di privilegio, e quindi sono l’ennesimo tentativo di spostare il focus della discussione dai contenuti alla polemica, dal messaggio, dal simbolo, alla sua forma.

Distruggere un simbolo di potere e oppressione è un gesto politico. E questo significa che il suo intento è quello di scuotere le coscienze, dare un segnale forte della propria presenza, della propria rabbia.

Perché evidentemente le persone che vedevano in quelle statue non il simbolo del progresso, della libertà, dell’eccellenza culturale, ma ne percepivano il significato di dominazione e oppressione, forse uno schiaffo alla formale libertà di cui godono, non sono mai stati ascoltati.

fonte: profilo Instagram di Banksy

Bisogna precisare che molte di quelle statue, ma anche nomi di strade o edifici, pur rappresentando personaggi di epoche storiche più o meno lontane, sono state poste lì tra fine Ottocento e inizio Novecento con il chiaro intento di commemorare i valori imperialisti in contrapposizione alle rivendicazioni dei diritti delle minoranze.

Quindi, non è una distruzione volta a cancellare la memoria ma è un gesto simbolico che vuole aprire un dibattito. Siamo di fronte ad atti politici generativi, trattiamoli come tali.

Passiamo al concetto di “cancellazione della storia”. Abbattere una statua non significa cancellare la memoria. Viviamo in un mondo occidentale, scolarizzato, sempre più open source, dove l’accesso ad archivi, biblioteche, musei è libero e ci sono tantissimi professionisti che attivamente preservano la storia. Le statue sono simboli, di solito di una parte della storia (quella dei vincitori), da sole non fanno la storia. Quindi anche qui siamo di fronte ad una affermazione impropria e iperbolica e smettiamola di chiamare in causa Orwell, Bradbuy, Atwood per sembrare più eruditi.

Per salvare la storia e la cultura non basta indignarsi perché una statua viene rimossa. Si deve frequentare, valorizzare e sostenere i luoghi della cultura condivisa, aperta, libera, pro-attiva e critica, come musei, archivi, biblioteche.


Altre soluzioni


La parola “distruzione” non piace nemmeno a noi, perciò vorremmo condividere qualche spunto di riflessione su come procedere per affrontare questa questione.

A Londra, il sindaco Sadiq Khan ha istituito una commissione per valutare la presenza e il valore sociale delle statue e monumenti che simboleggiano il passato imperialista della città e per decidere se necessario rimuoverle.

Possiamo poi decidere di avere un approccio “additivo” invece che distruttivo. Invece di permettere la monopolizzazione degli spazi pubblici con monumenti che parlano sempre e solo di un ideale unico (maschio, bianco, occidentale, cristiano, abile,…) potremmo valorizzare figure che ne rappresentano altre diventate fondamentali per la nostra società, dai diritti civili alla sostenibilità ambientale.

Se pensi che sia sbagliato abbattere una statua, cambiare il nome ad una strada, perché una parte della tua comunità si sente offesa da essa, allora hai un privilegio. Puoi scegliere di usarlo per dominare gli altri oppure per combattere al loro fianco.


Marianna Fatti & Irene Santoro




Symbols, Art, Privileges



What’s the link between the statues torn down following Gerge Floyd’s death and feminism? What do US Confederates, Indro Montanelli and Leopold II have in common?

BWTS adopted an intersectional approach to feminism, whereby different types of discrimination, such as those based on gender and race, are intertwined and it is necessary tp acknowledge and fight them. Moreover, “feminist” studies (those linked to cultural studies and gender studies) by definition relies on the review of history in light of oppressions and power relations. Thus, the racism debate becomes central to the feminism one.

Moreover, the controversial people whose statues are attacked all appear to have a clear link to the concept of patriarchy: These figures – typically men, white, Western, christian – share the same privilege of being in a dominant position. Over women, over colonised populations.

If we live in a democratic society grounded on people’s freedom it’s because we do no longer accept that single individuals dominate us. And those statues are now, more than anything else, symbols of domination.

Why we give this interpretation only now? Is this a problem? Should we tear them down?

We perceived that the debate, often aggressive in Italy, is fileld with prejudice and stereotypes, and clearly sheds a light on the privilege of those that are yelling their opinions as it was some sort of natural law.

So we aim at feeding the debate through some clarification.

Statues: celebrating monuments or art?

Let’s make it clear – statues in our cities are monuments before being art. They’re there for a specific type if fruition: celebrating values linked to the figures or events represented. After a number of years these monuments may enter those assets that the States decides to preserve as part of cultural heritage, and become pieces of art.

Art is a complex concept, but not all ornamental objects crafted by mankind are to be considered art. Moreover, we’d like to stress that we mainly mention statues to align with latest news, but we also refer to toponomy, public buildings, monuments of any kind. So stop randomly pronouncing words like “art” and “cultural heritage” to sounds more tragic.

Urban space and museums

Think about it – why these statues are there in our urban space, often in the middle of most beautiful and important places? What do people that see them think?

A city is a living space, the stage of our present, constantly evolving. Our city lives with us, it is us and thus changes with us. Public spaces and their inhabitants mirror our present values. So why should we fill them with representations of values we do not believe in anymore or that are even perceived as negative? This doesn’t mean we should destroy the Colosseum because we don’t entertain in with beasts and gladiators, as we shall see in a bit. The city is not a museum, so it’s not a neutral place. In museums we are pushed to critical thinking by the cultural authority we acknowledge to it, and that sets a clear separation between us and the object we’re watching. In other words, our interpretation is guided through an historic, social and cultural contextualization which is a fundamental part of the fruition. This doesn’t occur in the city. The statues we’re talking about do exist precisely to immediately vehiculate a message. A single history does not exist and not all of us share the same values.

Contextualize or justify?

Some are saying that we should contextualize these symbols instead of destroying them but what does it mean to contextualize?

It means placing them in a context, their context, which is usually complex, articulated and contradictory. Contextualizing does not mean just putting a plaque. Contextualizing does not mean absolutely saying "at that time it was like that, so it is right to remember without discussing" this is called dogmatism. I’s trying to justify something we CLEARLY don't want to talk about. Contextualizing means interpreting the work in agreement with the community and after listening to its voice, and this implies taking into consideration different points of view.

History is not all the same, there is an abysmal difference between the Roman age or the Middle Ages and the Nineteenth and Twentieth centuries, a difference given by different cultural systems and historical distances. So, the idea of ​​destroying the Colosseum, or vague comparisons with the destruction of Palmyra (symbolic act with intimidating intent and explicitly aimed at severing ties with the past) are absurd statements.

The facts of the late Nineteenth and Twentieth centuries are still dangerously close, historically, and emotionally. They tangibly shaped the life we ​​live now, and we are still immersed in the process of memory and elaboration. We cannot treat them with the same detachment of the Middle Ages.

Above all, slavery and colonialism are still very current, as evidenced by the latest report of the International Labor Organization, according to which in 2016 40.3 million people were victims of modern slavery, or that of ECPAT which estimate that 250,000 people in the same year practiced sex tourism by exploiting children and adolescents.

Furthermore, they have been much less elaborate and addressed (in the Western world) than for example the Holocaust, which has undergone a very intense process of communication, elaboration and interpretation that forced society to confront with the need to accept and recognize immediately those crimes. Colonialism, on the other hand, is the great taboo of our collective memory. It is not a closed parenthesis from our past, and this is extremely evident because the debate takes place in the arena of politics and not in the closed rooms of the conservation experts.

Now and only now, thanks to these movements, we have the opportunity to address this issue. Why? Because we have changed.

Why destroy?

Finally, we come to “Why do they have to destroy the statues? They are barbarians! " and "wouldn't it be better to talk about it?" Well, if we reflect on the subject of these statements we cannot fail to notice that they are addressed from a privileged position, and they are yet another attempt to shift the focus of the discussion from the contents to the controversy, from the message, the symbol, to its form.

Destroying a symbol of power and oppression is a political gesture. And this means that its intent is to shake consciences, give a strong signal of presence and anger.

Because evidently the people who saw in those statues not the symbol of progress, freedom, cultural excellence, but instead perceived domination and oppression, perhaps see it as a slap to the formal freedom they enjoy now, have never been listened to.

It should be noted that many of those statues, but also names of streets or buildings, although representing characters from distant historical periods, were placed there between the late Nineteenth and early Twentieth centuries often with the clear intent to commemorate imperialist values ​​as opposed to the claims of rights by minorities.

So, it is not a destruction aimed at erasing the memory, but it is a symbolic gesture that wants to open a debate. We are faced with generative political acts, let’s treat them as such.

Let's move on to the concept of "erasing history". Knocking down a statue doesn't mean erasing memory. We live in a western world, educated, increasingly open source, where access to archives, libraries, museums is easy and there are many professionals who actively preserve history. Statues are symbols, usually of parts of history (those of the winners), they do not make history by themselves So here too we are facing improper and hyperbolic statement and let's stop talking about Orwell, Bradbuy, Atwood to seem more erudite.

To save history and culture it is not enough to be indignant because a statue is removed. The places of shared, open, free, proactive and critical culture, such as museums, archives, libraries, must be frequented, enhanced and supported.

Other solutions

We don't like the word "destruction" either, so we would like to share some ideas on how to proceed to deal with this issue.

In London, Mayor Sadiq Khan set up a commission to evaluate the presence and social value of statues and monuments symbolizing the city's imperialist past and to decide whether to remove them if necessary.

We can then decide to have an "additive" rather than destructive approach. Instead of allowing the monopolization of public spaces with monuments that always and only speak of a single ideal (male, white, western, Christian, able-bodied ...) we could also enhance other figures that have become fundamental for our society, from civil rights to environmental sustainability.

If you think it is wrong to knock down a statue, change the name of a street, because part of your community feels offended by it, then you have a privilege. You can choose to use it to dominate others or to fight alongside them.


Text and translation by Marianna Fatti & Irene Santoro



Desvallées A., Mairesse F., Concetti Chiave di Museologia, Armand Collin, 2010

Ebrahimji, A., Moshtaghian, A. e Johnson, L.M. “Confederate statues are coming down following George Floyd's death. Here's what we know”,

ECPAT, 2016. Global Study On Sexual Exploitation Of Children In Travel And Tourism. Regional Report: Europe

EIGE, “intersectional discrimination”,

Freedberg D., Il Potere delle immagini, Einaudi, 2009

Giannini, F. “Se ci sentiamo toccati sui monumenti fascisti, forse abbiamo ancora qualche conto in sospeso”, Finestre sull’Arte,

Hope, A. “Leopold II: What is actually the problem?”, The Brussels Time,

HuffPost, “Londra potrebbe rimuovere i monumenti imperialisti, la svolta del sindaco Sadiq Khan”, HuffPost,

ILO, “40 million in modern slavery and 152 million in child labour around the world”,

Maida, D. “Statua di Indro Montanelli imbrattata a Milano. Tutte le volte che la scultura ha creato dissensi”, Artribune,

Scego, I. “Cosa fare con le tracce scomode del nostro passato”, Internazionale.



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